“Mi avevi perso già”: il nuovo singolo di Vi Skin che dà voce ai silenzi familiari più sofferti

Un pugno nello stomaco. Un grido silenzioso. Una lettera mai spedita. “Mi avevi perso già” (Pako Music Records), il nuovo singolo di Vi Skin, è tutto questo e molto di più. È la storia di una bambina che ha cercato per anni lo sguardo di un padre fisicamente presente, ma emotivamente assente. È la voce di chi cresce nel silenzio di chi dovrebbe esserci, ma non c’è stato come avremmo voluto. È un pezzo che scuote, scava nell’anima, risveglia ferite sopite e le lascia respirare per trasformarle in consapevolezza e, finalmente, guarirle.

Un colpo al cuore, una canzone che squarcia il silenzio: «Sai, papà un giorno ti mancherà la tua bimba che ti chiederà “Ti va di giocar con me, papà?”». Ferite invisibili che segnano l’intera esistenza e che Vi Skin racconta senza filtri. Senza retorica, senza edulcorazioni, senza paura.

Perché il bisogno di essere visti, accettati e amati non è mai un capriccio. È una necessità che definisce chi siamo. In un’epoca di apparenze, superficialità, like e filtri, l’attenzione è diventata una moneta di scambio. Ma qui non si parla di visibilità effimera: si parla del bisogno viscerale di essere visti da chi, per primo, ha il compito di insegnarci a guardare noi stessi e il mondo con occhi curiosi e comprensivi.

Ma cosa succede quando quella comprensione e quell’amore non arrivano nella maniera sperata? Vi Skin risponde con versi che graffiano.

«Quanti “Non posso”, “Non voglio”, “Non posso”» sono le parole non dette, i gesti mancati, gli sguardi sfuggiti. Il testo di “Mi avevi perso già” si sviluppa come un monologo interiore che ripercorre l’infanzia di una bimba in cerca di attenzione, fino alla presa di coscienza di un’adulta, una donna che ha imparato a bastare a se stessa: «Mi voglio bene quando scrivo, allora scrivo, scrivo, scrivo, scrivo».

Vi Skin non cerca pietà né vuole dipingersi come una vittima. Al contrario, attraverso questo brano, si fa portavoce di chi si sente inascoltato. Una realtà che accomuna molti giovani, spesso incapaci di trovare il sostegno emotivo di cui avrebbero bisogno all’interno delle mura di casa. Non è un atto d’accusa, ma una riflessione sincera su un’ombra invisibile più comune di quanto si creda.

Lo dimostrano i numerosi messaggi che l’artista ha ricevuto da ragazzi e ragazze che si sono riconosciuti nelle parole delle sue canzoni. Giovani che hanno trovato nella sua musica quella comprensione e vicinanza che non riescono a trovare in famiglia. Per loro, la musica diventa un rifugio, uno spazio sicuro in cui sentirsi visti e ascoltati. E “Mi avevi perso già” è anche per loro, come afferma la stessa Vi Skin:

«Con questo brano ho cercato di dare voce alle grida silenziose dei molti giovani che mi scrivono, raccontandomi di non sentirsi compresi, capiti, accettati dai propri genitori. Spero che i versi e le note che ho scritto, possano rompere quei muri di incomprensione e indifferenza che sembrano insormontabili, portando le persone a riflettere e ad avvicinarsi, convertendo i silenzi in parole comprensive e accoglienti.»

La mancanza di dialogo in famiglia è una carenza che, secondo le ricerche più recenti, lascia cicatrici profonde sulla salute mentale e sulle relazioni future. Secondo uno studio dell’Università di Harvard, infatti, il legame affettivo con la figura paterna influisce direttamente sull’autostima, sulla sicurezza emotiva e sulla capacità di costruire legami sani. Chi cresce senza quel riconoscimento può sviluppare insicurezze, ansie e difficoltà relazionali. Vi Skin riesce a dare voce a tutto questo con un realismo che non fa sconti, in un pezzo che potrebbe diventare il punto di riferimento per chi ha vissuto esperienze simili, offrendo un senso di riconoscimento e appartenenza. Perché la musica ha questo potere: far sentire meno soli.

E quando le parole restano bloccate in gola, quando un mancato confronto si tramuta in vuoto, c’è chi si lascia sopraffare e chi, invece, trova un modo per sopravvivere e poi rinascere. Vi Skin ha scelto di ripartire da se stessa, e lo esprime in un verso che racchiude straordinariamente l’essenza dell’intero brano:

«Ti ho sostituito con uno spartito.»

Ed è così che l’eco di distanza che chiedeva di essere colmata si riempie di suono, dando forma al silenzio e diventando, finalmente, qualcosa che può essere ascoltato, accolto e, per la prima volta, davvero compreso.

L’artista non cerca risposte, non cerca vendetta, ma esprime una consapevolezza maturata nel tempo: essere genitori è difficile. Anche quando ci si impegna al massimo, non sempre si possiedono gli strumenti – emotivi e relazionali – per farlo al meglio. Ogni genitore offre ciò che può, e a volte questo non è sufficiente. Ma riconoscerlo è parte del percorso di crescita.

«Da bambini vediamo i nostri genitori come eroi – conclude Vi Skin -. Crescendo, ci rendiamo conto che sono persone, con fragilità, limiti e storie non sempre semplici. E, come tutte le persone, commettono errori. Ma fanno del loro meglio con ciò che sanno e possono dare. Spetta a noi riconoscere ciò che abbiamo ricevuto, liberarci dei fardelli che non ci appartengono e provare a migliorare quello che possiamo. Solo così possiamo davvero crescere e costruire la nostra felicità.»

In un’epoca in cui il dibattito sulla salute mentale è più acceso che mai, canzoni come questa non sono solo musica: sono una terapia emozionale, uno strumento di sensibilizzazione, una cura per l’anima.

Il dolore esiste, è reale, ma può tradursi in forza. E spetta soltanto a noi avviare questa conversione.

“Mi avevi perso già” è come uno specchio. Ti ci guardi dentro e ci trovi un’assenza, un nodo in gola, un’emozione che non sapevi di avere. Non sempre la sofferenza si può spiegare, ma può essere cantata. E quando una voce riesce a farlo, non resta che ascoltarla. È un brano che lascia il segno, scavando a fondo, senza paura di toccare corde scomode e far male. Perché solo facendo i conti con il proprio passato e dando un nome a ciò che ci ha segnato possiamo, finalmente, voltare pagina e iniziare a vivere.


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